
Lucifuge
La luce che fugge da Dio
Quando la luce si separa dalla Fonte, illumina ancora o insegna soltanto all’anima a perdersi con chiarezza?
C'è una camera senza finestre dove la luce non viene da fuori, perché non c'è un fuori. Lampade fredde ardono senza fiamma su scaffali che salgono fin dove la vista rinuncia, colmi di libri chiusi — non in attesa di un lettore, ma in guardia da chi legge. Lì dimora l'ombra di Chokmah, la Sapienza: i grimori la chiamano Ghogiel, coloro che si allontanano da Dio, e la voce che essa assume, quando acconsente a parlare, si chiama Lucifuge.
Nel quarto volume de L'Albero della Morte, Frater Eisenheim siede dinanzi a un chiarore che non mente mai e per questo è più pericoloso di qualsiasi inganno — perché la luce di Lucifuge non acceca spegnendo gli occhi: acceca accendendo, attorno a chi la riceve, un bagliore così appagante che l'anima cessa di sentire la mancanza del sole. È l'intelligenza che sa molto e venera poco, che apre tutte le porte del mondo e chiude dall'interno l'unica che dava verso l'Alto. Ogni risposta che offre lascia chi domanda più lucido e più solo — e l'unica difesa contro di essa non è spegnere la luce, ma restituirla alla direzione da cui non avrebbe mai dovuto deviare: verso l'alto.
Non è un manuale. È una biblioteca — e ciò che custodisce è la distanza esatta tra l'occhio che vede e il ginocchio che non si piega più.
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