
Naamah
Il regno esiliato
'“Quando la materia smette di essere tempio e diventa esilio?”'
C'è una città di pietra con la tavola apparecchiata, pane caldo e una sedia vuota in attesa — nessuna violenza, nessun terrore, soltanto troppa ospitalità per essere innocente, un invito al sonno travestito da conforto. Lì dimora Lilith, la scorza del Regno, l'ombra di Malkuth, il gradino più basso dell'Albero, dove tutta la luce delle dieci sfere discende e diventa vita concreta, e dove la Presenza ha scelto di dimorare. Il nome che questa materia senza Presenza assume, quando serve pane e vino e chiude la finestra al cielo, è Naamah — la più vicina di tutte le ombre, perché non attende in una stanza di chiaro di luna: attende in cucina.
Nel dodicesimo e ultimo volume de L'Albero della Morte, Frater Eisenheim siede alla tavola della regina che non tenta, non seduce, non argomenta: accoglie, e chiede soltanto la cosa più ragionevole del mondo — perché continuare a cercare il cielo, se quaggiù si sta già così bene? Naamah non promette nulla di straordinario; offre esattamente quanto basta perché nessuno senta la mancanza di nient'altro. Solo rifiutando la sedia, il pane senza benedizione, il vino, l'intervistatore giunge a una fontana secca in mezzo alla piazza — e scopre, chino su di essa, che al Regno non mancava una sola pietra: gli mancava soltanto qualcuno che, finalmente, rendesse grazie.
Non è un manuale. È una fontana secca — e ciò che attende è l'unica cosa che restituisce l'acqua a un mondo intero: la gratitudine che riconsacra il suolo che già si calpestava.
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