Elohim: il Nome che è Molti ed è Uno — riflessioni sulla parola sacra
Un saggio sul nome divino Elohim, sulla sua misteriosa grammatica e sul potere della parola sacra nelle tradizioni monoteiste, tra reverenza, filosofia e discernimento.
Il velo davanti al Nome
Vi è un antico sospetto, coltivato da sacerdoti, rabbini, preti e maghi di molte epoche, secondo cui il nome non è soltanto un'etichetta, ma una presenza. Nominare, nelle tradizioni che bevono alla fonte semitica, è più che indicare: è convocare, è avvicinarsi a un'essenza che si piega, sia pure parzialmente, alla parola che la invoca. Per questo gli antichi scribi ebrei trattarono il Nome di Dio con una cura che oggi, ad occhi frettolosi, potrebbe apparire eccessiva, ma che rivela, in realtà, una sensibilità metafisica raffinatissima: se il Nome partecipa della cosa nominata, allora pronunciarlo con leggerezza significa aprire una porta che forse non si saprà più chiudere.
Tra i molti nomi divini che la tradizione biblica ha conservato, pochi incuriosiscono lo studioso quanto Elohim. Esso appare già nelle prime righe del racconto della creazione, e la sua stranezza grammaticale — una forma plurale impiegata, nella maggior parte dei casi, con concordanza verbale al singolare — ha costituito, nel corso dei secoli, una fenditura attraverso cui teologi, cabalisti e filosofi hanno scrutato misteri che il linguaggio umano riesce a malapena a contenere. Questo saggio non pretende di esaurire tale mistero, compito che sarebbe tanto impossibile quanto presuntuoso, ma soltanto di camminare rispettosamente lungo il suo margine, come chi si avvicina a un fiume sacro senza osare immergervisi del tutto.
Elohim: la pluralità che indica l'Unità
La forma Elohim è stata letta, attraverso i secoli, con molteplici chiavi interpretative, ed è proprio dell'onestà intellettuale riconoscere che nessuna di esse esaurisce la questione. Alcuni commentatori ebraici classici hanno osservato che il plurale grammaticale, quando associato a un verbo al singolare, esprimerebbe il cosiddetto 'plurale di maestà' o 'plurale di intensità' — espediente con cui le lingue semitiche amplificano la grandezza di qualcosa senza frammentarne l'unità essenziale. Si parla, così, di una somma infinita di potenze, attributi e facoltà divine che si raccolgono, tutte, in una sola volontà, in un solo essere. Non si tratta, dunque, di un politeismo mascherato, e la tradizione monoteista ebraica non lo ha mai interpretato come tale; si tratta, piuttosto, di un tentativo della lingua umana di suggerire la ricchezza inesauribile di ciò che, in sé, è assolutamente Uno.
Altri commentatori, soprattutto all'interno delle correnti mistiche ebraiche, hanno visto in Elohim il volto del divino rivolto verso la creazione, verso il rigore, verso la giustizia che ordina e delimita — in contrasto con altri nomi che esprimerebbero piuttosto la misericordia, l'intimità o la compassione. Non conviene qui addentrarsi in tecnicismi cabalistici che richiederebbero anni di studio sotto una guida idonea, ma conviene rilevare che questa distinzione tra nomi divini come finestre su diversi attributi di un unico Dio è un tratto comune a varie tradizioni monoteiste, incluso il pensiero filosofico fiorito nell'islam e nel cristianesimo medievali, quando si discuteva dei cosiddetti 'nomi' o 'attributi' divini senza mai compromettere la semplicità e l'unicità dell'Essere supremo.
Ciò che importa trattenere, al di là di ogni erudizione filologica, è che la pluralità apparente di Elohim non ferisce il monoteismo — anzi lo approfondisce. Un Dio veramente infinito non potrebbe essere descritto da un unico predicato, da un'unica angolazione di luce. La forma plurale sarebbe, in questa lettura, un espediente poetico e teologico per ricordare all'essere umano che ogni parola su Dio è sempre insufficiente, sempre parziale, sempre un dito che indica la luna e mai la luna in sé.
La parola che crea: Bereshit e il potere del dire divino
Il racconto che apre il libro della Genesi presenta Elohim come colui la cui parola, e non le mani, è lo strumento della creazione. Egli parla, e il mondo si organizza; nomina la luce, le tenebre, il firmamento, e ogni nominazione è anche un'ordinazione del caos primordiale. Questo tratto ha alimentato, attraverso i secoli, una riflessione profonda sulla natura del linguaggio: se l'universo stesso nasce da un atto di parola, allora la parola non è mero veicolo di informazione, ma forza ontologica, capace di portare all'esistenza ciò che prima era soltanto potenza informe.
È da questo suolo che nasce, in diverse tradizioni — ebraica, cristiana, ermetica, e poi nelle correnti occultiste moderne che da esse si sono nutrite — la convinzione che la parola umana, quando pronunciata con purezza di intenzione, disciplina interiore e conoscenza reverente, partecipi, sia pure in modo infinitamente minore, di quella forza creatrice originaria. Non si tratta di credere che qualsiasi sussurro magico operi miracoli automatici; sarebbe un'ingenuità pericolosa supporlo, e lo studente serio imparerà presto a diffidare di chi promette una cosa simile. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che la parola ben pronunciata, sostenuta da virtù e verità interiore, ha il potere di ordinare l'anima stessa di chi la proferisce, di orientare la volontà, di aprire nello spirito uno spazio di ascolto e di disciplina.
La tradizione della Magia Cerimoniale, nelle sue varie correnti — angelica, enochiana, goetica, elementale —, eredita questa intuizione biblica e la sviluppa in sistemi complessi di invocazione ed evocazione. Ma conviene ricordare, con tutta la serietà che il tema richiede, che tali pratiche non sostituiscono mai la fede, la carità e il discernimento morale; sono, nella migliore delle ipotesi, discipline di approccio al sacro, e nella peggiore, quando mal comprese, diventano vanità o superstizione. Il vero operatore, sia esso massone, cabalista, spiritista o mistico cristiano, sa che il potere della parola sacra non sostituisce la virtù, ma soltanto la esprime.
Nomi divini fra tradizioni: ponti e non muri
L'ebraismo ha conservato, con zelo ammirabile, una costellazione di nomi divini — Elohim, Adonai, El Shaddai, e il Tetragramma impronunciabile che la pietà ebraica non osa nemmeno vocalizzare nel suo uso liturgico comune — ciascuno dei quali rivela un volto distinto dell'Assoluto. Il cristianesimo, erede di questa tradizione, vi ha aggiunto la propria comprensione trinitaria e cristologica, senza mai abbandonare il suolo ebraico da cui è germogliato. Il cattolicesimo, a sua volta, ha sviluppato una ricca tradizione di devozione ai nomi e ai titoli divini, espressa in litanie, orazioni e nella liturgia stessa, sempre in spirito di supplica e di lode. Lo spiritismo, già in terreno più recente, riprende la riflessione sulla parola e sulla preghiera come veicoli di elevazione morale e di comunicazione con piani spirituali superiori, senza pretendere di rivaleggiare con la rivelazione biblica, ma piuttosto di completarla alla luce di una cosmovisione evolutiva e caritativa.
È affascinante osservare come tradizioni tanto distinte nella forma convergano, in fondo, su un punto: il nome divino non è proprietà esclusiva di nessuna di esse, ma piuttosto un patrimonio comune dell'umanità religiosa, ciascuna tradizione custodendolo a suo modo, con il proprio vocabolario, i propri riti, la propria grammatica spirituale. Lo studioso serio dell'occultismo e della mistica — e qui parlo anche come massone, per il quale la tolleranza religiosa è principio fondamentale di convivenza fraterna — apprende presto che rispettare questa diversità non debilita la propria fede, anzi la approfondisce, poiché obbliga lo spirito a distinguere fra la forma culturale del nome e il mistero ineffabile a cui esso rimanda.
Non è compito di questo saggio decidere quale tradizione possieda la formula più corretta o più efficace — una simile pretesa sarebbe, oltre che presuntuosa, contraria allo spirito di umiltà che ogni vero cercatore del sacro deve coltivare. Spetta, piuttosto, riconoscere che tutte queste tradizioni, nella loro diversità, testimoniano una stessa intuizione umana: quella per cui esiste qualcosa al di là del velo sensibile, e che la parola, quando pronunciata con reverenza, può servire da ponte, sia pure fragile e provvisorio, tra il finito e l'infinito.
Discernimento, etica e il silenzio necessario
Ogni studio serio dei nomi divini conduce, prima o poi, a una constatazione scomoda: quanto più ci si addentra nel tema, tanto più si percepisce l'insufficienza del linguaggio umano dinanzi al mistero che esso cerca di nominare. I mistici di varie tradizioni — i cabalisti ebrei, i dottori della Chiesa, i teologi apofatici dell'Oriente cristiano — sono arrivati, ciascuno a suo modo, alla stessa conclusione: vi è un punto in cui la parola deve tacere, e il silenzio diventa la forma più onesta di adorazione. Ciò non svaluta lo studio dei nomi divini; gli conferisce piuttosto la giusta misura, ricordando allo studente che ogni conoscenza su Dio è sempre parziale, sempre umile dinanzi all'immensità di ciò che si cerca di comprendere.
È necessario dire, con tutta la chiarezza che la responsabilità editoriale e spirituale richiede, che nessuna pratica che coinvolga nomi divini — sia essa orazionale, meditativa o cerimoniale — deve essere cercata con l'aspettativa di poteri garantiti, ricchezze istantanee o cure miracolose. Simili promesse sono estranee allo spirito veramente religioso e occultista, che ha sempre valorizzato lo sforzo interiore, la purificazione morale e il libero arbitrio come condizioni previe e insostituibili di ogni legittimo approccio al sacro. Chi cerca scorciatoie magiche per la prosperità o la salute, ignorando il lavoro etico e spirituale che ogni tradizione seria richiede, finisce per allontanarsi, e non per avvicinarsi, dal mistero che pretendeva toccare.
Concludendo queste righe, resto con una certezza modesta: i nomi divini non sono stati dati all'essere umano perché li manipolasse come chi maneggia strumenti, ma perché, pronunciandoli con reverenza, egli stesso si trasformasse. Elohim, nella sua misteriosa pluralità raccolta nella Unità suprema, ci invita non al possesso di un segreto magico, ma all'umiltà dinanzi al Creatore di tutte le cose — Creatore che, creando mediante la parola, ha insegnato anche all'uomo che la propria parola, quando pura e caritatevole, partecipa, umilmente, di quella medesima forza originaria.
Eisenheim