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Or Ein Sof: note sulla Cabala pratica e la ricerca della Luce senza Fine

Un saggio sulla Cabala pratica come cammino di discernimento interiore, che riflette sull'Ein Sof e sulla Luce Infinita alla luce della tradizione, della ragione e della reverenza.

L'antico anelito verso una luce che non si spegne

C'è, nel cuore di ogni uomo che si sia mai fermato davanti al silenzio della notte, una domanda che precede le religioni e sopravvive a tutte loro: da dove viene la luce che illumina non gli occhi, ma l'anima? Non parlo qui della luminosità che si misura in lumen, né della chiarità che il sole distribuisce con l'indifferenza propria degli astri, ma di qualcosa di più discreto e più esigente — la luce che si cerca, che si medita, che si desidera senza mai possedere del tutto. È questo anelito, tanto umano quanto antico, che la tradizione cabalistica chiamò Or, e che rimanda, nella sua origine più profonda, al mistero dell'Ein Sof: l'Infinito senza limiti, senza nome, senza attributo che lo definisca senza al tempo stesso sminuirlo.

Scrivo queste righe non come chi detiene la chiave di uno scrigno segreto, ma come chi, da molti anni, cammina tra libri, rituali, veglie in pronto soccorso dello spirito e lavori di loggia, e ha imparato a diffidare di qualsiasi promessa di possesso della luce. La Cabala, nel suo senso più autentico, non è un sistema di conquista, ma un itinerario di umiltà. Ed è su questo itinerario — sulla Cabala pratica intesa come disciplina spirituale, e non come talismano di risultati — che desidero riflettere insieme al lettore.

Ein Sof: l'Infinito che si rifiuta alla definizione

La tradizione cabalistica, come si è sviluppata soprattutto a partire dal Medioevo in circoli ebraici di profonda erudizione biblica e filosofica, propose una sottile distinzione tra il Dio rivelato nelle Scritture — che parla, che ordina, che si relaziona con Israele e con l'umanità — e una dimensione anteriore a ogni rivelazione, a cui fu dato il nome di Ein Sof, letteralmente "senza fine". Non si tratta di un secondo dio, né di un'astrazione fredda, ma di un modo di riconoscere che ogni parola sul Divino è già una riduzione, un ritaglio necessario e al tempo stesso insufficiente dinanzi a ciò che eccede ogni categoria umana.

È da questo Infinito insondabile che, secondo la metafora cabalistica più conosciuta, emana la Luce — Or Ein Sof —, l'irradiazione primordiale che, contraendosi e manifestandosi attraverso vasi ed emanazioni, dà origine a ciò che la tradizione chiama Sefirot: le dieci sfere o attributi attraverso i quali l'Infinito diviene, in qualche modo, intelligibile all'intelletto creato. Non è mio proposito qui esporre con pretesa di esattezza tecnica ciascuna di queste emanazioni, compito che appartiene a studiosi dedicati e a maestri autorizzati all'interno della tradizione ebraica stessa; desidero piuttosto fermarmi su ciò che questa immagine insegna a chi la contempla con reverenza: che la luce, prima di essere strumento, è mistero; prima di essere usata, deve essere compresa come dono che ci eccede.

L'Albero della Vita come mappa, non come possesso

Quando i cabalisti disegnarono l'Albero della Vita, con i suoi sentieri e le sue sfere, non intendevano offrire una mappa del tesoro, ma uno specchio del processo stesso della conoscenza umana dinanzi all'Assoluto. Ogni Sefirah — Chesed, la misericordia; Gevurah, il rigore; Tiferet, la bellezza che equilibra gli estremi, e così via — rappresenta meno un "potere" da attivare con tecniche magiche e più una qualità dell'anima da riconoscere, integrare e, soprattutto, purificare. La Cabala pratica, quando ben compresa, non insegna a manipolare queste forze come se fossero le leve di una macchina cosmica, ma a collaborare, con timore e amore, al perfezionamento etico e spirituale di chi la studia.

Va detto, con tutta la chiarezza che l'onestà richiede, che la cosiddetta "Cabala pratica" — quella che coinvolge nomi divini, sigilli, preghiere d'intenzione e certe cerimonie — è sempre stata, all'interno della stessa tradizione ebraica, circondata da cautele severissime. Gli antichi maestri insistevano che tali pratiche dovessero essere toccate solo da chi già possedesse maturità morale, conoscenza delle leggi e disciplina di vita, precisamente perché la vicinanza al sacro esige preparazione, e non curiosità. Trasporre questa cautela ai giorni nostri — in cui tanti si avvicinano all'occultismo per fascinazione o per urgenza — è un dovere di chi scrive di queste cose: ricordare che cercare la Luce non è una scorciatoia per risolvere ciò che la pazienza, il lavoro e la carità esigono altresì da noi.

La Cabala pratica tra la magia cerimoniale e l'etica

Come praticante di diverse correnti della Magia Cerimoniale — l'angelica, l'enochiana, l'olimpica, l'elementale — ho trovato nella Cabala non un sistema concorrente, ma una sorta di grammatica comune che attraversa e organizza queste tradizioni. I nomi divini ebraici, le corrispondenze tra Sefirot e virtù, i sentieri che collegano una sfera all'altra: tutto ciò offre all'operatore un vocabolario simbolico ricchissimo. Ma è fondamentale ripetere, senza stancarsi, che la grammatica non è una sentenza già scritta, e il vocabolario non è garanzia di eloquenza. Chi maneggia simboli cabalistici senza uno studio serio del contesto ebraico da cui emergono corre il rischio di produrre non saggezza, ma rumore — e, peggio, di mancare del rispetto dovuto a una tradizione religiosa viva, praticata da comunità reali, con le proprie leggi, i propri rabbini e la propria storia di sofferenza e permanenza.

Da qui la mia insistenza, anche nelle loggie massoniche in cui servo come Maestro delle Cerimonie, affinché il simbolismo cabalistico — presente in diversi gradi e riti della Massoneria — venga trattato con studio e non come decorazione esotica. La luce che si cerca nel tempio, sia esso massonico, ecclesiale o domestico, non si conquista con una formula, ma si prepara con la virtù. Nessuna invocazione, nessun rituale, nessuna veglia sostituisce l'esame di coscienza, la pratica della carità e l'esercizio quotidiano della giustizia. La Cabala pratica, ben intesa, è più scuola di carattere che arsenale di operazioni.

La luce come processo, non come acquisizione

Forse l'errore più comune tra quanti si avvicinano all'esoterismo — e qui parlo con la franchezza di chi ha già commesso questo errore e ha imparato a correggerlo — è immaginare la Luce come un oggetto da ottenere, una sorta di premio al termine di un certo numero di rituali correttamente eseguiti. La tradizione cabalistica suggerisce qualcosa di ben diverso: che la creazione stessa è un processo di occultamento e rivelazione progressiva della Luce Infinita, e che l'anima umana partecipa a questo processo non come consumatrice, ma come collaboratrice paziente. C'è, nell'idea di tikkun — la riparazione del mondo —, una dignità che nessuna promessa di potere personale può eguagliare: quella per cui ogni piccolo gesto di giustizia, ogni atto di misericordia, ogni studio serio, contribuisce a far sì che qualcosa della Luce occulta divenga, un poco di più, visibile tra gli uomini.

Come spiritista, cristiano ed ebreo per convinzione sincretizzata nell'esperienza di decenni di lavoro medianico in pronto soccorso spirituale, trovo in questa nozione un ponte silenzioso tra tradizioni: la certezza, comune a tanti cammini, che l'evoluzione dell'anima non è un evento istantaneo, ma un cammino. La Luce Infinita non si impone come un lampo che acceca, ma si insinua come un'aurora che, a poco a poco, dà contorno alle cose. Cercare l'Or Ein Sof attraverso la Cabala pratica significa dunque meno operare prodigi e più accettare di diventare, giorno dopo giorno, un vaso un poco meno opaco.

Discernimento, umiltà e l'invito allo studio serio

Termino questo saggio come l'ho iniziato: riconoscendo che la domanda sulla Luce è più antica e più vasta di qualsiasi risposta io possa offrire. Se c'è qualcosa che la Cabala — praticata con serietà, studiata con pazienza, rispettata nella sua origine ebraica — può insegnare a tutti noi, indipendentemente dalla tradizione religiosa che professiamo, è che il sacro non si lascia catturare da metodi, ma si lascia intravedere da vite disposte alla rettitudine. Lo studente sincero della Cabala pratica dovrà apprendere, prima di qualsiasi tecnica, l'arte più difficile di tutte: quella di attendere con fede, agire con giustizia e amare con discernimento.

Che ogni lettore, sia egli ebreo, cristiano, spiritista, o semplicemente un viandante curioso dinanzi al mistero, trovi nelle proprie tradizioni e nei propri maestri il cammino sicuro per avvicinarsi, con reverenza, a ciò che nessuna parola — nemmeno Ein Sof — riesce a nominare per intero. La Luce, se un giorno si rivela, non è conquista di alcun mago, ma dono concesso a chi ha saputo, con umiltà, prepararsi a riceverla.

Eisenheim

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