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Thantifaxath e la Torre del Vento in Hod: la Confusione del Linguaggio come Rovina del Verbo Ordinatore

Un saggio sulla qlipha Thantifaxath e sull'ombra di Hod, che riflette sulla confusione del linguaggio, sull'Albero della Morte e sulla cura del Verbo ordinatore nella vita spirituale.

L'ombra che la luce proietta

Vi è, nella tradizione cabalistica e nei suoi sviluppi ermetici posteriori, un'immagine inquietante e fecunda: quella secondo cui ogni luce, manifestandosi in un mondo di limiti, proietta necessariamente un'ombra. Le Qliphoth — parola ebraica che designa scorze, involucri, residui — non costituiscono, nelle letture più accurate, un pantheon di entità indipendenti e antagoniste a Dio, ma piuttosto rappresentazioni simboliche dello squilibrio, dell'eccesso o della carenza che corrompono la manifestazione di un principio divino quando esso viene vissuto senza la misura dell'armonia. È necessario dirlo con chiarezza, e fin da subito, perché il tema si presta a esagerazioni: il cosiddetto Albero della Morte non è un sistema teologico parallelo, né un'inversione satanica organizzata come alcune letture sensazionalistiche del ventesimo secolo hanno voluto far credere. È, questo sì, uno strumento simbolico di introspezione morale, uno specchio in cui lo studente può contemplare ciò che, in se stesso, distorce la virtù che dovrebbe esprimere.

Ciascuna delle dieci Sephiroth dell'Albero della Vita possiede, in questa lettura, la propria controparte qliphothica — non come coppia di opposti assoluti, ma come possibilità di caduta, di vizio, di deviazione da ciò che la Sephirah, nella sua purezza, dovrebbe irradiare. È entro questo vocabolario simbolico, tardivo e sincretico, più vicino alla magia cerimoniale occidentale degli ultimi secoli che alla Cabala rabbinica classica, che appare la figura di Thantifaxath, associata da autori moderni all'ombra di Hod. Conviene allo studente serio di occultismo saper distinguere questi strati storici: la Cabala ebraica tradizionale poco o nulla tratta di Qliphoth nominate con questa precisione demonologica; è stato soprattutto attraverso correnti esoteriche dei secoli diciannove e venti che tali nomi e attribuzioni si sono consolidati. Ciò non diminuisce il valore meditativo del simbolo — richiede solo da parte nostra onestà quanto alla sua origine, affinché non confondiamo la speculazione recente con la tradizione millenaria.

Hod, dimora del Verbo ordinatore

Hod, l'ottava Sephirah, si situa nel pilastro della severità, associata tradizionalmente all'intelletto discorsivo, alla scienza, al linguaggio articolato, alla comunicazione e al pensiero analitico. È la sfera in cui il pensiero si fa parola, in cui l'intuizione informe di Netzach cerca forma e nome, in cui il mondo riceve categorie, leggi, grammatiche. Hermes, il messaggero, il dio della parola e della scrittura tra gli antichi, trova lì la sua eco simbolica più evidente: Hod è il luogo della mente che nomina, che classifica, che costruisce ponti tra l'esperienza e la comprensione attraverso il linguaggio.

Ora, se Hod è la sephirah del Verbo ordinatore — di ciò che separa, distingue e comunica con precisione —, è facile comprendere perché la sua ombra sia stata associata, nell'immaginario di questi autori moderni, non all'assenza di linguaggio, ma alla sua perversione: la confusione, il rumore, la parola che non chiarisce ma oscura, il discorso che non unisce gli uomini ma li disperde. Se la benedizione di Hod è la comunicazione che avvicina le intelligenze, la sua rovina simbolica è precisamente l'opposto — il parlare che confonde, l'argomento che manipola, la scienza che diventa strumento di vanità o di dominio invece che servizio alla verità e alla carità.

Thantifaxath e la Torre del Vento

Nella letteratura occultistica contemporanea che si è dedicata a sistematizzare l'Albero della Morte — lavoro che va sempre letto con il distacco critico di chi sa di trovarsi dinanzi a una costruzione simbolica moderna, e non a un testo rivelato —, Thantifaxath appare nominato come uno dei cosiddetti 'Occultatori', associato alla confusione, al velo che impedisce la visione chiara, e talvolta descritto attraverso l'immagine di una torre spazzata da venti che disperdono voci, lingue e significati. È un'immagine potente, quasi poetica nella sua crudeltà: una torre dove non c'è né silenzio né parola chiara, solo un turbine di suoni che si sovrappongono senza mai formare un discorso comprensibile.

Non è difficile riconoscere, in questa immagine, un'eco lontana della narrazione biblica della Torre di Babele, così come registrata nel libro della Genesi: il racconto di un'umanità che, nella sua ambizione di innalzarsi fino al cielo con mezzi propri, vide la propria lingua unica confondersi in molte lingue, dispersandosi sulla faccia della terra. Non intendo qui offrire un'esegesi teologica di questo passo, che appartiene alla tradizione sacra giudaico-cristiana e merita di essere letto con la reverenza dovuta a ogni credo che lo accoglie come Scrittura; mi limito a osservare, come saggista del simbolo, l'analogia strutturale: dove dovrebbe esserci comunione mediante la parola condivisa, si insedia la Babele interiore — l'intelletto che, invece di servire la verità e l'unione tra gli uomini, serve la confusione, il fraintendimento, la Torre eretta sulla vanità del proprio ingegno.

La 'Torre del Vento', dunque, può essere letta meno come un luogo geografico del mondo spirituale e più come uno stato dell'anima: quello in cui il pensiero ha perso il proprio ancoraggio nella verità e comincia a girare su se stesso, producendo discorso senza sostanza, erudizione senza sapienza, retorica senza carità. È la rovina del Verbo ordinatore quando esso si distacca dalla propria fonte — quando il linguaggio, dono prezioso che distingue l'essere umano e lo avvicina al mistero della creazione, viene usato per ingannare, confondere o dominare, invece che per chiarire, unire e servire.

La confusione del linguaggio come rovina quotidiana

Non è necessario evocare torri arcane o nomi di ombre qliphothiche per riconoscere, nella nostra stessa esperienza, gli effetti di questa confusione. Viviamo tempi in cui la parola si è moltiplicata in modo vertiginoso — mai l'umanità ha prodotto tanto discorso, tanti messaggi, tanti testi — e, paradossalmente, raramente l'incomprensione tra gli uomini è stata così profonda. L'abbondanza della parola non ha generato necessariamente più comprensione; spesso ha generato più rumore, più fraintendimento, più discorso che ferisce invece di avvicinare. Ecco, forse, la Torre del Vento manifestata nella nostra stessa epoca: una babele quotidiana di voci che si sovrappongono senza ascoltarsi.

Lo studente serio di occultismo, che si sofferma su simboli come Hod e la sua ombra, non dovrebbe cercarvi un catalogo di entità da temere, ma piuttosto un invito all'esame di coscienza sull'uso che fa della propria parola. Quante volte parliamo per persuadere senza curarci della verità? Quante volte scriviamo per impressionare senza curarci di chiarire? La disciplina spirituale dinanzi a questo simbolo non è quella di recitare formule di esorcismo contro nomi oscuri, ma quella di esaminare, con umiltà, se la nostra stessa parola serva la luce di Hod — la comunicazione chiara, onesta, caritatevole — oppure se, seppur discretamente, alimenti la confusione della Torre.

Il rimedio del silenzio e della parola giusta

Le tradizioni contemplative — e qui parlo tanto della mistica ebraica quanto di quella cristiana, tanto del raccoglimento spiritico dinanzi alla medianità quanto del silenzio interiore coltivato da diverse scuole filosofiche — convergono nel riconoscere nel silenzio disciplinato un rimedio contro la confusione del linguaggio. Non si tratta di tacere per codardia o per indifferenza verso il prossimo, ma di coltivare quel silenzio fecondo che precede la parola giusta, quel momento di raccoglimento in cui si pesa ciò che sarà detto prima di dirlo, cercando che la parola edifichi e non distrugga, che chiarisca e non confonda, che serva la carità e non la vanità.

Come medium al servizio della carità, ho imparato, nel confronto quotidiano con chi soffre, che spesso la parola mal misurata ferisce più di quanto consoli, e che il discernimento su quando parlare e come parlare è, esso stesso, una forma di magia — nel senso più nobile e antico del termine, quello che la intende come arte di operare mutamenti reali attraverso la volontà orientata al bene. Restaurare Hod in noi, allontanando l'ombra di Thantifaxath, non richiede rituali elaborati né invocazioni rischiose; richiede, questo sì, la pratica quotidiana e paziente della parola vera, chiara e caritatevole — il piccolo e costante sforzo di non innalzare, con la nostra stessa parola, un'altra pietra sulla Torre del Vento che già soffia forte sul mondo.

Considerazioni finali sul Verbo e sul mistero

Se vi è un insegnamento da cogliere da questa meditazione su Hod e la sua ombra, è che il linguaggio, dono prezioso concesso all'essere umano, porta in sé tanto la possibilità della comunione quanto quella della rovina. Il Verbo che ordina il mondo — tema caro a tante tradizioni religiose, ciascuna con la propria e legittima comprensione di questo mistero — trova in noi, uomini e donne di parola, i suoi strumenti quotidiani e imperfetti. Sta a noi, con umiltà e senza pretendere poteri che non ci è dato promettere, coltivare l'uso retto della parola come piccolo ma reale contributo per un mondo meno confuso, più giusto e più fraterno.

Che questo breve saggio serva, dunque, non come avvertimento da temere, ma come invito all'esame: che ogni lettore, dinanzi alla propria Torre interiore, scelga liberamente di coltivare la parola che unisce invece di quella che disperde, esercitando il libero arbitrio che è dono e responsabilità di ogni creatura pensante.

Eisenheim

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