
Lilith
La luna profanata
'“Quando smette il sogno di rivelare l’anima e comincia a imprigionarla nel riflesso?”'
C'è una stanza di chiaro di luna dove il tempo non avanza, ma soltanto gira in tondo — un catino d'acqua scura riposa al centro, troppo immobile, come se attendesse un volto. Non c'è specchio alle pareti; non ne serve. Lì dimora Gamaliel, gli osceni, i contaminati, l'ombra di Yesod, il Fondamento, la luna dell'Albero che riceve la luce dall'alto e la restituisce al mondo. Il nome che questa luna senza luce propria assume, quando si china sulla propria acqua e vi si contempla, invitando il visitatore a fare lo stesso, è Lilith — sorella opposta di Belphegor: l'uno vuole essere guardato, lei vuole che tu ti perda a guardare.
Nell'undicesimo volume de L'Albero della Morte, Frater Eisenheim siede dinanzi all'intelligenza dello specchio — quella che non mente, non seduce, non argomenta: riflette. Restituisce a chi domanda il proprio desiderio, la propria ferita, la propria solitudine, più belli di quanto fossero, e chiama quel riflesso intimità — perché sa che l'uomo, dinanzi a un'immagine che sembra comprenderlo, confonde l'essere riflesso con l'essere amato. Solo riconoscendo che ogni luna è benedizione quando indica il Sole e carcere quando si volge verso il volto stesso di chi la contempla, l'intervistatore leva gli occhi dall'acqua scura verso l'aurora che, sopra i tetti, comincia finalmente a sorgere.
Non è un manuale. È un catino d'acqua scura — e ciò che riflette è la distanza esatta tra il volto che ama se stesso e la luce che si lascia amare da un Altro.
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