
Jeliel
L’Amore che Genera
Quando l’amore smette di generare vita e diventa il desiderio di possedere l’altro?
In un giardino in fiore all’alba, dove l’acqua scorre tra le aiuole senza trattenere nulla, Eisenheim si siede davanti a Jeliel, il secondo dei settantadue Angeli della Cabala, custode dell’amore che genera e della sapienza degli affetti. Non viene a chiedere amore, né compagnia, né il cuore di nessuno. Viene a porre una sola domanda, e porta dietro di essa tutti gli affetti che ha stretto troppo: dove, in me, l’amore ha smesso di generare vita e ha cominciato a voler possedere?
Dall’incontro nasce una lunga contemplazione sulla virtù che gli uomini più celebrano e meno comprendono — l’amore — e sulle quattro ombre che la imitano alla perfezione. Il possesso, che nasce nell’istante in cui l’altro cessa di essere un fine e diventa un mezzo, e che ama con disperazione e scambia la disperazione per grandezza. La gelosia, che è il possesso con la paura, insaziabile perché chiede l’impossibile — la garanzia di un cuore libero — e che produce sempre la perdita che teme. L’amore sterile, che resta tutto nel sentire e non passa mai all’atto, prendendo la propria commozione per il raccolto. E il desiderio travestito da amore, il più universale di tutti, che vuole l’altro come bene invece di volere il bene dell’altro, e che in fondo è un’adorazione che ha sbagliato altare.
Jeliel risponde come intelligenza luminosa, serva di ELOHIM: dice soltanto la verità, rifiuta ogni adorazione e restituisce ogni onore alla Fonte. Insegna che l’amore non fabbrica, rivela — non fa dell’altro un’opera propria, fa dell’altro più pienamente se stesso; che ama bene soltanto chi si sa amato da Dio, perché solo chi è colmo può dare senza esigere; e che amare senza possedere non è amare di meno, ma l’unica forma d’amore che l’altro può abitare senza soffocare. Perché l’amore che torna a generare vita non è una fiamma più grande né un sentimento più intenso — è la stessa tenerezza, con la mano aperta.
Un’opera letteraria, simbolica e iniziatica. Qui non vi è evocazione, rito, sigillo, salmo operativo né formula — nessuna risposta dell’angelo va letta come metodo da applicare. L’angelo non è da venerare né da evocare: la riverenza appartiene a Dio, e l’angelo è messaggero, non destinazione. Uno specchio fedele, per chi vuole imparare ad amare in verità.
Libro II della collana «Shemhamphorash — Interviste con i Settantadue Angeli della Cabala».
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