Ein Sof: l'Infinito senza forma nella mistica ebraica
Un saggio su Ein Sof, l'Infinito impronunciabile della Cabala, e su ciò che la mistica ebraica ci insegna riguardo al silenzio che precede ogni manifestazione divina.
Il silenzio prima della parola
Vi è, nella tradizione mistica ebraica, un concetto che resiste a ogni tentativo di cattura: Ein Sof, espressione ebraica che si traduce, con la debita cautela, come 'il Senza Fine' o 'l'Infinito'. Non si tratta di un nome tra altri nomi di Dio, come quelli che la tradizione biblica custodisce con reverenza e silenzio rituale, ma di un tentativo umano — sempre imperfetto — di indicare ciò che precede ogni designazione, ogni attributo, ogni forma concepibile dall'intelletto.
Prima che vi fosse luce, prima che vi fosse parola, prima ancora che vi fosse il primo impulso di creazione, i maestri della Cabala insegnano che vi era Ein Sof: non un essere fra gli esseri, non una forza misurabile, ma il fondamento stesso incondizionato di ogni esistenza possibile. Parlare di Ein Sof è, dunque, un esercizio di umiltà prima ancora che un esercizio di conoscenza — poiché ci troviamo dinanzi a ciò che, per definizione, eccede ogni definizione.
La radice impronunciabile
La Cabala, in quanto corrente mistica dell'ebraismo fiorita soprattutto a partire dal Medioevo — sebbene le sue radici risalgano a speculazioni ben più antiche sui misteri della Creazione —, ha sviluppato un vocabolario proprio per trattare dell'ineffabile. Ein Sof non è un concetto filosofico astratto come l'«Essere» dei greci, né un dio antropomorfizzato delle narrazioni popolari; è piuttosto una negazione disciplinata, un invito a svuotare la mente da ogni immagine prima di avvicinarsi al sacro.
Per questo i cabalisti insistevano sul fatto che di Ein Sof nulla si può affermare propriamente — né bontà, né sapienza, né volontà, poiché tutti questi attributi presuppongono già una relazione, una manifestazione, un «per chi» e un «in che misura». Ein Sof semplicemente è, in un senso che sfugge alla grammatica umana. Questa apofasi, questo cammino del «non è questo, non è quello», accosta la Cabala ad altre correnti contemplative che, in differenti tradizioni religiose, hanno parimenti riconosciuto l'insufficienza del linguaggio dinanzi all'Assoluto.
Dalle Sefirot al mondo manifesto
Se Ein Sof è l'Infinito senza forma, come pensare l'origine del mondo finito e formato che abitiamo? La tradizione cabalistica risponde con la dottrina delle Sefirot — le dieci emanazioni o attributi attraverso i quali l'Infinito, senza cessare di essere Infinito, diviene intelligibile e relazionale. Non si tratta di una degradazione di Ein Sof, né di una divisione della sua essenza, ma di un processo simbolico mediante il quale l'Occulto si rivela per gradi, come la luce di una candela che attraversa veli successivi senza mai perdere la propria fonte.
Questo movimento — dall'assolutamente occulto al progressivamente manifesto — è centrale per comprendere perché la mistica ebraica non abbia mai ridotto Dio a una figura semplice. Vi è, nella Cabala, una cura quasi architettonica nel preservare la trascendenza di Ein Sof anche quando si parla della sua immanenza attraverso le Sefirot. Il credente non si trova dinanzi a due divinità, una occulta e una rivelata, ma dinanzi a un'unica realtà che si piega, per così dire, per farsi accessibile alla creatura finita senza mai esaurirsi in questa accessibilità.
Il paradosso dell'Infinito senza forma
Vi è un paradosso fecondo nell'affermare che l'Infinito non ha forma e, al tempo stesso, nel sostenere che da esso emana ogni forma esistente. I cabalisti non tentarono di risolvere questo paradosso mediante sillogismi, ma mediante simboli, parabole e disciplina contemplativa. La ragione, dicono i maestri, può avvicinarsi alla soglia del mistero, ma non può superarla da sola; è necessaria l'umiltà di riconoscere un limite che non è debolezza dell'intelletto, ma natura propria dell'oggetto contemplato.
Questo paradosso trova eco, con le debite particolarità, in altre tradizioni che hanno parimenti meditato sulla relazione tra l'Assoluto e il mondo relativo — pensiamo alle teologie apofatiche del cristianesimo orientale, alle speculazioni neoplatoniche sull'Uno, o alle ricerche filosofiche di tante culture in cerca di un principio che fonda tutto senza essere, esso stesso, una cosa tra le cose. La Cabala, col suo vocabolario proprio e la sua fedeltà alle Scritture ebraiche, offre una via singolare e profondamente radicata nell'esperienza spirituale del popolo ebraico per trattare questa medesima inquietudine umana e universale.
Ein Sof e l'esperienza umana
Dinanzi a Ein Sof, lo studente serio della mistica è invitato non alla speculazione vanitosa, ma al silenzio reverente. Non si tratta di dominare un concetto, come chi risolve un enigma, ma di lasciarsi istruire da esso riguardo ai propri limiti. Vi è qualcosa di profondamente etico in questo atteggiamento: riconoscere che l'Infinito non si lascia possedere dall'intelletto insegna, per estensione, a riconoscere che anche l'altro essere umano — nella sua dignità irriducibile — non si lascia ridurre a categorie, etichette o giudizi affrettati.
La meditazione su Ein Sof, quando condotta con serietà e senza promesse di scorciatoie o poteri, può coltivare nello studente una disposizione di umiltà intellettuale e di carità verso i propri simili. Non promettiamo, qui, alcuna illuminazione istantanea né beneficio garantito da questa contemplazione; parliamo soltanto di ciò che la tradizione stessa suggerisce: che l'approccio sincero al mistero tende a rendere l'essere umano più consapevole della propria piccolezza e, paradossalmente, più responsabile della propria libertà e delle proprie scelte etiche nel mondo.
Echi e dialoghi possibili
Sebbene Ein Sof sia un concetto profondamente radicato nell'ebraismo e nella sua storia singolare di rivelazione, alleanza e studio delle Scritture, il tema più ampio dell'Infinito senza forma dialoga, nel rispetto delle differenze, con inquietudini di altre tradizioni spirituali e filosofiche. Il cristiano contemplativo che medita sull'incomprensibilità divina, il filosofo che indaga l'Uno, lo spiritista che riflette sulla causa prima di tutte le cose — tutti, a proprio modo, toccano questo medesimo confine tra il dicibile e l'indicibile.
Non si tratta di equiparare tradizioni distinte, ciascuna con la propria storia, i propri testi e la propria identità, ma di riconoscere che l'inquietudine dinanzi al mistero ultimo è un tratto comune dell'esperienza religiosa umana. La Cabala, con la sua accurata elaborazione su Ein Sof e le Sefirot, offre un contributo singolare e preziosissimo a questo dialogo più ampio — un invito allo studio serio, all'umiltà e al rispetto dinanzi a ciò che, in qualsiasi tradizione, eccede la nostra capacità di nominare per intero.
Eisenheim