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I Settantadue Nomi di Dio: Storia e Significato

Un saggio sulla tradizione cabalistica del Shemhamphorasch, i settantadue nomi divini, la loro origine nell'Esodo e il loro significato spirituale e filosofico.

Il mistero che abita nel Nome

Vi è, nelle tradizioni mistiche dell'Occidente, una convinzione antica e persistente: quella secondo cui il Nome non è mera etichetta, ma presenza. Nominare, per il pensiero ebraico classico, significava invocare un'essenza, rendere operante ciò che veniva enunciato. Per questo il Tetragramma — le quattro lettere sacre che gli ebrei, per reverenza, evitano di pronunciare — divenne il centro di una vasta speculazione simbolica, dalla quale nacque, tra altre elaborazioni, la dottrina dei settantadue nomi divini, nota nella tradizione cabalistica con il termine Shemhamphorasch, espressione che i sapienti intesero come "il Nome esplicitato" o "il Nome diviso".

Trattare di questo tema esige, prima di tutto, umiltà. Non si pretende qui di esaurire un argomento che ha occupato generazioni di cabalisti, né di offrire formule di potere o promesse di risultati spirituali. Ciò che si propone è un attraversamento sereno di una delle costruzioni più eleganti del pensiero mistico ebraico — successivamente incorporata, con adattamenti, da correnti cristiane esoteriche e da sistemi di magia cerimoniale rinascimentale —, cercando di comprendere da dove venga questa tradizione, come si strutturi e quale insegnamento spirituale possa ancora offrire al lettore contemporaneo, sia egli ebreo, cristiano, spiritista o semplicemente un viandante curioso dinanzi al mistero.

Origine nella narrazione dell'Esodo

La tradizione rabbinica situa l'origine dei settantadue nomi in tre versetti del libro dell'Esodo, nell'episodio della traversata del Mare, quando il popolo ebraico, perseguito dall'esercito del Faraone, si trova stretto tra le acque e il deserto. Secondo i maestri della Cabala medievale, ciascuno di questi tre versetti contiene, nel testo ebraico originale, esattamente settantadue lettere. Disponendo questi versetti l'uno sotto l'altro — uno di essi letto in ordine inverso, secondo certe tecniche di manipolazione testuale proprie dell'esegesi mistica — si ottengono settantadue colonne verticali di tre lettere ciascuna, e ogni terzina di lettere forma, con l'aggiunta di uno dei suffissi sacri, un nome di tre lettere associato a un aspetto specifico della manifestazione divina.

È importante che il lettore comprenda la natura di questo procedimento: non si tratta di una lettura letterale del testo biblico, come la intenderebbe un esegeta storico-critico, ma di una tecnica esegetica propria della tradizione cabalistica, chiamata notarikon e temurah, tra altre, che cerca di estrarre strati occulti di significato a partire dalla struttura letterale delle Scritture. Questa ermeneutica presuppone che il testo sacro sia multidimensionale — che sotto la narrazione storica abiti un'architettura numerica e letterale che rivela nomi, forze e attributi del Creatore. Non spetta a questo saggio giudicare la validità storica di tale metodo, ma soltanto collocarlo con onestà: si tratta di un'elaborazione mistica posteriore, fiorita soprattutto a partire dal XIII secolo, con opere come il Sefer ha-Zohar e commentari cabalistici successivi, e che si consolidò nei secoli seguenti attraverso autori come il cabalista rinascimentale Johannes Reuchlin e, più tardi, correnti di magia angelica europea.

L'architettura dei settantadue nomi

Ciascuno dei settantadue nomi formati con questo metodo è composto di tre lettere ebraiche, alle quali si aggiunge, secondo la tradizione, uno dei due suffissi teoforici — "El" o "Iah" — che rimandano a nomi divini maggiori. Nascono così nomi come quelli che la tradizione cabalistica preserva nei suoi trattati, ciascuno associato a una virtù, a una qualità spirituale o a un aspetto dell'azione divina nel mondo: misericordia, giustizia, guarigione del cuore, protezione del viandante, discernimento dinanzi all'avversità, tra tanti altri. La totalità di questi nomi sarebbe, per i cabalisti, una sorta di spettro della luce divina rifratta in settantadue raggi, ciascuno rivelante una faccetta dell'unità ineffabile che li precede.

Questa molteplicità non contraddice l'unità divina — anzi la esprime. Così come la luce bianca, attraversando il prisma, rivela i colori che già conteneva in sé, i settantadue nomi sarebbero modi umani di approssimazione a un Nome unico e impronunciabile, adattamenti del linguaggio finito dinanzi all'infinito. Comprendere questa architettura numerica esige di ricordare che, nella tradizione ebraica, i numeri non sono mere quantità: settantadue si relaziona, ad esempio, al numero delle nazioni menzionate nell'antica tradizione rabbinica, ai settantadue anziani della tradizione della Settanta, e a diverse altre corrispondenze simboliche che rafforzano l'idea di universalità — un Nome che si dispiega per raggiungere tutta la diversità della creazione.

I nomi e la tradizione angelica

Nel corso dei secoli, soprattutto a partire dallo sviluppo della Cabala pratica e dalla sua successiva recezione in ambienti di magia cerimoniale rinascimentale, ciascuno dei settantadue nomi venne associato a un'intelligenza angelica corrispondente. Questa corrispondenza non deve essere letta come dogma teologico, ma come schema simbolico di meditazione: ogni nome, e l'angelo a esso legato, divenne oggetto di contemplazione per chi cercava di approfondire una determinata virtù o di comprendere un determinato aspetto della Provvidenza nella propria vita. Autori come Athanasius Kircher, nel XVII secolo, e più tardi studiosi della Golden Dawn, sistematizzarono tabelle di corrispondenza tra i nomi, gli angeli, i gradi dello zodiaco e altre strutture simboliche, tessendo una vasta rete di associazioni che attraversa la Cabala, l'astrologia tradizionale e l'angelologia cristiana.

È necessario, tuttavia, un grande discernimento nell'approccio a queste tabelle. La tradizione cabalistica ha sempre insistito sul fatto che lo studio dei Nomi Divini non sia via per l'ottenimento di poteri o vantaggi materiali, ma disciplina di purificazione interiore, di approssimazione reverente al mistero di Dio. Gli antichi maestri ammonivano i propri discepoli contro l'uso leggero di queste formule, ricordando che il vero obiettivo dell'invocazione non è piegare la volontà divina ai desideri umani, ma allineare la volontà umana all'ordine divino — inversione di prospettiva che distingue l'autentica ricerca mistica dalla superstizione vana o dalla manipolazione magica priva di etica e umiltà.

Significato spirituale per il cercatore contemporaneo

Al di là della tecnica esegetica e dell'erudizione storica, i settantadue nomi di Dio custodiscono un insegnamento perenne: quello secondo cui la divinità, essendo una e ineffabile, si manifesta all'essere umano attraverso molteplici volti, ciascuno adeguato a un bisogno, a un'ora, a una condizione dell'anima. Chi attraversa il lutto può cercare, nella meditazione su questi nomi, l'aspetto della consolazione; chi affronta l'ingiustizia può volgersi all'aspetto della rettitudine; chi teme l'ignoto può accostarsi al nome che parla di protezione e coraggio. Non si tratta di formule magiche a effetto garantito, ma di finestre simboliche che aiutano lo spirito umano a nominare, e così a comprendere meglio, i movimenti della propria vita interiore.

Come servo del Dio di Abramo, e come studioso che transita tra ebraismo, cristianesimo, spiritismo e le correnti ermetiche, comprendo che la molteplicità dei Nomi rifletta la stessa condizione umana: siamo limitati, e per questo abbiamo bisogno di molte parole, molti simboli, molti sentieri per accostarci a ciò che nessuna parola abbraccia interamente. Il rispetto per questa diversità di tradizioni — ebraica, cristiana, cabalistica, angelica — non diminuisce la fede di nessuno; anzi la arricchisce, poiché mostra come popoli diversi, in epoche diverse, sentirono la necessità di nominare l'innominabile, ciascuno con il proprio linguaggio, la propria cultura, la propria reverenza.

Discernimento e carità dinanzi al sacro

È dovere di ogni serio studioso dell'occultismo ammonire contro due tentazioni complementari: la prima, quella di trasformare i Nomi Divini in talismani di efficacia meccanica, come se fossero password capaci di garantire ricchezza, salute o vantaggio sul prossimo; la seconda, quella di scartare tutta questa tradizione come vuota superstizione, ignorando la profondità filosofica e la bellezza letteraria che essa porta con sé. Tra questi due estremi si trova la via del discernimento: studiare, contemplare, rispettare — senza esigere dal mistero ciò che esso non ha mai promesso di consegnare.

Che il lettore, imbattendosi nei settantadue nomi di Dio, non cerchi in essi scorciatoie, ma specchi. Che ogni nome sia occasione di esame di coscienza, di preghiera, di carità verso il prossimo, e di umiltà dinanzi alla vastità del Creatore. Così come il popolo ebraico, sulla riva del mare, non trovò soluzione mediante artificio magico, ma per fede e obbedienza, anche il cercatore contemporaneo dovrà comprendere che il vero tesoro di questa tradizione non sta nel dominare settantadue vocaboli sacri, ma nel lasciarsi, a poco a poco, trasformare da essi.

Eisenheim